Donato Valli, ritratto minimo

Si può cercare l’intensità, pur con il sorriso appaesante dell’uomo semplice? Ritratto ‘minimo’ di Donato Valli

Mi permetto di porgere il ritratto di un Uomo, di uno Studioso, di un Maestro, che mi ha aiutato a conoscere, conoscendoLo, a partire da un’asimmetria che mi ha sempre incuriosito ed ‘affascinato’ della Sua cara personalità: il suo volto calmo e confidenziale, la sua scrittura critica, invece,  ‘in lettura’ dell’inquietudine e della drammatizzazione poetica del nostro tempo.

Sin dalla mia vita di studente, ho cercato di incontrare Donato Valli in più luoghi della sua azione (la preferisco ad attività) culturale: nell’aula universitaria, nella sala delle sue tantissime conferenze, nella pagina delle sue molteplici scritture.

Mi considero fortunato di averlo incontrato in un giorno azzurro del luglio salentino di tanti anni fa, a Tricase, dove ero andato per conoscerlo anche ‘paesanamente’.

Lo vidi mentre dialogava, lungo una stradina del centro storico, con a fianco don Tonino Bello e il frate-poeta Padre Davide Maria Turoldo, in visita ospitale da Milano: mi fece cenno di accostarmi. Timido, un po’ distante, ascoltavo il loro dialogare modulato dal camminare lento, dal tono meditativo della voce, con cui si intrecciavano, per meglio spiegare e spiegarsi,  concetti, immagini, citazioni. Le loro parole erano continui richiami alla cultura del tempo lungo nella sua diacronia, dove si ritrovano profeti, filosofi della saggezza antica, mistici della tradizione cristiana, si riconoscono poeti dalla parola mai ‘fuori luogo’, perché creano essi l’ in-luogo’ dove comporre un senso germinativo, che fiorisce quando si vuole cercare  radice al proprio scoprire un ‘già detto’, con cui rifinire l’ ‘ancora’ da dire in profondità e dall’intensità.

Dire nella profondità, esprimere l’intensità: ecco il leitmotiv del linguaggio critico di Valli, della sua ricerca scientifica, metodologica, con cui ci ha insegnato a leggere entro l’inquetudine verbale dei testi poetici della contemporaneità europea (Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé), italiana (Montale, Ungaretti, Campana, Rebora), dialettale, anche salentina (poeti in dialetto i più studiati da Valli: P. Gatti, N.G.De Donno, E, Caputo): differenza di resa artistica, distinzione di traguardi estetici, ma non di stile di lettura, con cui estrarre la significazione da dentro le forme difficili, gli stilemi contorti, le immagini ‘senza fili’, da dove far affiorare le risposte delle coscienze sensibili, le coscienze dei poeti, alle domande della storia, che la storia impone come problemi e la poesia traduce in lamentazione o in protesta dell’animo, questa eccedenza del nostro sentire da dentro, che  si accorge del ‘fuori’ disarmonico, quando diventa artificioso, innaturale, non umano, e, dunque, l’anima poeticamente avverte, rifrange, abduce, utopizza, scrive per inscenare nel dove l’infranto tende al suo altrove da comporre.

Exotopia immaginante, raffigurativa, è la ricerca di intensità protesa dal poetico, con qualunque materiale linguistico esso parli e si esprima: parola dotta o parola popolare; ‘factum’ semantico, pure comunicato, parlato con le diverse modalità delle lingue.

Insomma, il ‘modus’ di lettura di Valli critico mi permetto di ritrarlo con le sue stesse parole, a proposito di come un poeta, da lui molto studiato, Clemente Rebora,  leggeva Leopardi, considerato “nella sua grandezza più che nella sua bellezza, nell’intensità, cioè, che è […] esistenziale verifica dei concetti del bello e del vero nel fuoco delle proprie vene e nello strazio delle proprie carni”.

La citazione è derivata da Anarchia e misticismo nella poesia italiana del primo Novecento (Lecce, Milella, 1973 ), un libro fondamentale per lo studio della letteratura italiana contemporanea, in cui si parla di Lucini, Onofri, Boine, Rebora, Pereyra e di Girolamo Comi, poeta che Valli ha considerato per tutta la sua vita suo Maestro, alla cui scrittura ha dedicato la responsabilità critica di studioso, facendolo conoscere fin nelle sue carte segrete, prima inedite, e pubblicando, con cura rigorosamente filologica,  l’intera opera poetica già edita, ma in poche copie, sin dall’inizio delle loro pubblicazioni quasi introvabili  (cfr., soprattutto, Girolamo Comi, Opera poetica, a c. di D. Valli, Ravenna, Longo, 1977).

Ebbene, è nel volume prima citato, Anarchia e misticismo …, che si delinea il paradigma interpretativo di Valli, con cui la lettura critica riesce ad entrare nell’ideazione della parola poetica novecentesca, che trova nell’immagine simbolica l’incontro di un’adesione ‘sur-razionale’, entro cui compensare i confini escludenti del razionale entro l’oltre ragione della figuratività ‘interiore’, con l’esito di un voler dire profondo, parlando dalla densità. Che non è ‘modus’ di un parlare difficile, ma di un dire ‘innocente’, che è ‘sofferentemente’ inquieto, in quanto l’innocenza è ‘risposta’ impegnata, responsabile, nei confronti nel ‘neppure’ domandare e chiedere della storia, con la sua indifferenza.

Nel vocabolario critico di Valli l’intensità come “innocenza”, e non come “grandezza” (la lezione reboriana, a proposito della lettura di Leopardi), significa che è nella profondità poetica che si scopre la liberazione dall’artificio della storia: liberazione ‘innocente’ che si incontra pure nella parola dialettale della nostra area poetica salentina. Che Valli ha scoperto, ha approfondito, ha curato con la capacità sua di storico  della letteratura e di filologo testuale, della scuola filologica di Mario Marti: si pensi, ad esempio, ai quattro volumi di Letteratura dialettale salentina dall’Otto al Novecento, editi dall’editore Congedo (1995; 1998).

In una passeggiata metaforica tra le pagine del Paese-scrittura di Valli, si incontrano Lui con i Poeti del Simbolismo europeo, dell’Ermetismo italiano e salentino, nel bilinguismo, quest’ultimo, di lingua e dialetto: poeti che, incontrandosi con i concetti critici di Valli, rispondono al lettore come Autori da conoscere e da comprendere, con le cui parole, critiche e poetiche, comprendere e conoscere l’area ‘aperta’ della modernità ‘in dialogo’ tra coscienza e storia.

Insomma, nei libri  ‘accade’, ogni volta che li leggo, quello che mi ‘accadde’ lungo la stradina di Tricase, quando, incontrando Valli con don Tonino e Padre Turoldo, mi sembrò di ascoltare il mormorio culturale della nostra civiltà farsi ‘eco’ di parola, con cui dire l’intensità, parlare dalla profondità:  una maniera di conoscere, fino a potersi finalmente conoscere.  È il fine della lettura umanistica, quando incontra una scrittura capace di parlare criticamente alle domande ‘inquiete’, vallianamente ‘innocenti’, del vivere.  

 

Carlo A. Augieri