QUANDO E’ LA VITA A DIVENTARE CULTO

Quando si guarda alla figura di un vescovo non si può trascurare di considerare l’esercizio delle funzioni ad esso proprie conferite mediante il sacramento dell’ordine. Costituiti pastori del popolo di Dio, i vescovi sono chiamati ad esercitare, a vantaggio delle pecore loro affidate, la funzione di insegnare, di santificare e di governare.

Fissando lo sguardo alla figura del Servo di Dio, Mons. Tonino Bello, Vescovo, sono già noti, attraverso il vasto panorama editoriale prodotto in questi anni, il suo profondo magistero e il suo efficace governo. Forse poco conosciuto o, meglio, male interpretato è stato il suo munus sanctificandi, considerato come rivoluzionario o non rispettoso della genuina tradizione della Chiesa.

Il Decreto conciliare sull’ufficio pastorale dei Vescovi, Christus Dominus, al n. 15 così recita: «Mettano [i vescovi] perciò sempre in opera ogni loro sforzo, perché i fedeli, per mezzo della Eucaristia, conoscano sempre più profondamente e vivano il mistero pasquale, così che formino un corpo più intimamente compatto, nell’unità della carità di Cristo».

Il documento conciliare, dunque, affida al ministero dei vescovi l’impegno di far conoscere più profondamente al popolo di Dio, mediante l’Eucaristia, il mistero pasquale e di viverlo nella quotidianità della vita.

Sono due elementi, questi, la conoscenza profonda del mistero pasquale attraverso l’Eucaristia e la conformazione al mistero celebrato che hanno caratterizzato tutta la vita di don Tonino, non solo nel periodo del suo episcopato ma sin dagli anni della sua formazione teologica.

È noto che don Tonino, negli anni dell’episcopato, aveva collocato nella Cappella dell’Episcopio un tavolino dove scriveva lettere, elaborava discorsi e componeva omelie: tutto il suo lavoro era compiuto di fronte alla presenza eucaristica, il suo impegno e il suo ministero trovavano la sua fonte, il suo culmine e il suo termine nell’Eucaristia. Tutto il ministero sacerdotale ed episcopale, in don Tonino, parte dall’Eucaristia e porta all’Eucaristia.

Questa caratteristica della sua personalità trova le sue radici a partire dalla sua formazione umana, culturale e teologica. Significativa e probabilmente determinante per la crescita spirituale di don Tonino è stata la figura del Cardinale Giacomo Lercaro, che egli conobbe negli anni del suo approfondimento teologico al Seminario dell’Onarmo a Bologna. Vari sono i punti di convergenza tra queste due figure: l’interesse per la catechesi, l’amore per la liturgia e l’attenzione ai problemi sociali costituiscono gli ambiti di impegno a loro più congeniali. Ambedue, ognuno a suo modo e in posti diversi, diedero impulso alla conoscenza della costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium — si pensi ad esempio alle conferenze su questo documento che don Tonino amava tenere con tenace entusiasmo nelle diverse parrocchie della diocesi di Ugento —, alla piena partecipazione dei fedeli alla liturgia e alla promozione e valorizzazione del laicato cattolico. Un’altra consonanza è da ritrovarsi nella centralità della riflessione teologica e della pastorale liturgica riservata alla Messa, celebrata e vissuta per il popolo e con il popolo.

Certamente non si trovano negli archivi trattati di teologia liturgica di don Tonino, — egli lavorò e produsse negli anni della sua formazione teologica una tesi dottorale in teologia dogmatica su I Congressi eucaristici e il loro significato teologico e pastorale discussa nel 1965 presso la Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense — ma è il suo stile di vita, il suo modo di celebrare e il suo ministero a costituirne un interessante e significativo capitolo.

Energico e provocatorio fu un suo discorso tenuto in una parrocchia del quale riporto alcuni brevi passaggi: «La parrocchia, lo sapete, non può essere concepita come il luogo dove una bella liturgia ci fa dimenticare i problemi della vita. Dove il radunarci con la gente che condivide con noi una certa affinità spirituale ci protegge dal traffico convulso e spersonalizzante del terribile quotidiano.[…] Essa, invece, deve diventare il quartier generale dove si elaborano i progetti per una migliore qualità della vita, dove la solidarietà viene sperimentata in termini planetari e non di campanile, dove si è disposti a pagare di persona il prezzo di ogni promozione umana, e dove le nostre piccole speranze di quaggiù vengono alimentate da quella inesauribile riserva di speranze ultramondane di cui trabocca il Vangelo. […] La parrocchia, perciò, deve essere luogo pericoloso dove si fa “memoria eversiva” della Parola di Dio. […] La vostra parrocchia deve essere una Chiesa senza pareti, che accoglie tutti, che non chiede la tessera a nessuno, che non chiede il distintivo del club e non chiede la carta d’identità a nessuno, dove tutti vanno a trovare ristoro e tranquillità e la possibilità di rapportarsi con Dio. Una Chiesa senza pareti e senza tetto, una Chiesa cioè che sa guardare più in alto del soffitto» (Don Tonino Bello, Missione, EMP, 2006, pp.11-13).

C’è chi vede in queste parole come in altre un atteggiamento di avversione/ossessione alla liturgia, ma non di passione/comprensione come invece era nella sua coscienza di cristiano e di pastore.

Mediante l’immagine della sistole e della diastole, ovvero del movimento a doppio impulso del cuore della Chiesa che è l’Eucaristia, si comprende bene che il discorso di don Tonino conduce alla consapevolezza che l’Eucaristia — fonte e culmine di tutta la vita cristiana — è un movimento di raduno in assemblea dei figli di Dio dispersi e, nel contempo, è un movimento di missione nella città degli uomini: queste due azioni hanno una natura sacramentale e stanno a dire la grande importanza della portata evangelizzante della liturgia e delle sue ricadute sul piano sociale.

Figlio del suo tempo e soprattutto del Concilio Vaticano II, don Tonino ha intravisto e appreso, attraverso l’ecclesiologia conciliare che aveva rivalutato il popolo di Dio come protagonista con Cristo della storia della salvezza, che la liturgia è il naturale luogo di incontro che permette al popolo di diventare Chiesa realizzando in sé il mistero di Cristo. Da ciò scaturisce in don Tonino la necessità che la forma e lo splendore della liturgia non diventino un diaframma che impedisce al popolo l’incontro con Cristo. La consapevolezza che la liturgia è “mezzo” per arrivare a Dio porta don Tonino ad attuare uno stile che non riduce il culto divino a solo “fine”. Se da una parte non disdegna di coltivare la passione e l’amore per il canto gregoriano, dall’altra esorta con la parola e con l’esempio a far diventare la liturgia vita e la vita liturgia, sulla scia di quanto lo stesso san Paolo raccomandava agli abitanti di Roma: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1). A che cosa esorta, in questo senso, san Paolo? “Offrire i vostri corpi”: parla della liturgia, parla di Dio, della priorità di Dio, ma non parla di liturgia come cerimonia, parla di liturgia come vita. Questa è la novità del Nuovo Testamento: Cristo offre se stesso e sostituisce così tutti gli altri sacrifici. E vuole “tirare” noi stessi in questo culto che lui rende al Padre con la propria vita, vuole inserirci nella comunione del suo Corpo: il nostro corpo insieme con il suo diventa gloria di Dio, diventa liturgia. S. Ireneo, infatti, amava affermare che «la gloria di Dio è l’uomo vivente».

Don Tonino era convinto che è la vita cristiana, vissuta nell’amore di Dio e del prossimo, che sostanzia la celebrazione, nella consapevolezza che escludendo la vita dalla celebrazione si diventa destinatari del rimprovero divino: «questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rende culto» (Mt 15,8; Is 29,13).

Il concetto di liturgia comprende un duplice movimento: quello discendente, ovvero la liturgia è l’atto con il quale Dio, il mistero della salvezza, passando attraverso la celebrazione, raggiunge la vita del credente (atto di santificazione dell’uomo), e quello ascendente, ovvero la liturgia è l’atto con il quale l’uomo, con la sua vita, in risposta all’azione preminente di Dio, passando attraverso la celebrazione raggiunge il mistero (atto di culto a Dio). Tutto ciò don Tonino l’ha insegnato con il suo stesso stile di vita, senza retorica ma con radicalità e parresia evangelica.

Nell’esercizio della sua funzione santificante, don Tonino era consapevole che ogni accoglienza del “mistero” apre ad un “ministero”; che l’esercizio del ministero non è semplicemente qualcosa di funzionale, quanto di rendere viva una presenza, quella di Cristo; che “pre-siedere” l’assemblea significa essere il primo a trascinare molti altri battezzati nell’avventura dell’evangelizzazione, nell’esperienza della lode e del culto, nella partecipazione non ad un rito sterile e asettico, ma veicolo di un evento, di una storia, di una persona che si fa presente e che coinvolge ed assimila; che il primo modo di aiutare l’assemblea a far propria la preghiera della Chiesa è quello di farla propria a livello personale; che non ci si può limitare solo ad eseguire correttamente le prescrizioni del rituale, ma permettere all’assemblea di abitare l’azione in corso; che è necessario passare dal codice scritto ai codici dell’esperienza viva, ovvero di inserirsi nella celebrazione con tutto se stesso, di ricevere e trasmettere (cf. 1 Cor 11,23) una memoria fondativa diventando parte di essa; che nella liturgia ciò che è spettacolare incanta gli occhi, ma non converte il cuore; che l’esperienza celebrativa deve essere seguita dalla testimonianza; che non basta “dire ciò che si fa”, ma “fare ciò che si dice”.

Mons. Maurizio Barba

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