IL MESSAGGIO SOCIALE DI DON TONINO BELLO – LA SUA ATTUALITA’

Centro Cult. Ital. Giovanni Paolo I, Sartirana di Merate, 17 giugno 2016

Si è concluso il 17 giugno, a Sartirana Briantea, il ciclo di approfondimenti su alcuni personaggi del Novecento interpreti speciali dell’impegno sociale cristiano: il programma, denominato “Ci sono stati uomini mandati da Dio…” ha toccato, nell’ultima serata, la figura carismatica di don Tonino Bello, sacerdote e poi vescovo pugliese, impegnato da sempre alla difesa degli umili.

Il programma culturale è stato ideato e realizzato dal Centro Culturale Giovanni Paolo I, che ha sede a Garbagnate Monastero, ma è operativo in tutta la zona circostante; il complesso di edifici intorno alla Parrocchiale di Sartirana di Merate (in primis l’auditorium) è stato scelto per ospitare il ciclo di conferenze. Da gennaio a giugno 2016 si sono succedute, con cadenza mensile, le varie testimonianze su uomini del calibro di P. Giuseppe Lazzati (15 gennaio), P. Davide M. Turoldo (26 febbraio), don Primo Mazzolari (18 marzo), don Lorenzo Milani (16 aprile), Papa Albino Luciani (30 aprile), mons. Cesare Orsenigo (20 maggio), e finalmente don Tonino Bello (17 giugno).

Relatore ufficiale, per ricordare l’attualità dell’opera di don Tonino Bello, è stato l’avv. Agostino Picicco, giornalista e uomo di cultura operativo all’Università Cattolica di Milano, ma originario della diocesi di Molfetta-Giovinazzo-Terlizzi e Ruvo di Puglia, di cui don Tonino fu vescovo dal 1982 fino alla sua morte; moderava il dibattito il presidente del C.C.Giov. Paolo I, rag. Omar Tavola; era presente anche l’assistente spirituale don Alessandro Bonura.

Picicco ha raccontato, con ammirazione e affetto, i dieci anni di episcopato a Molfetta di don T. Bello; egli è cresciuto culturalmente e nell’impegno sociale all’ombra del suo vescovo, che lo ha nominato vice-presidente dell’Azione Cattolica diocesana, e lo ha seguito – con guida spirituale – anche negli anni di università a Milano. Non solo gli anni di mons. Bello a Molfetta, ma anche quelli precedenti come vice-rettore nel seminario vescovile di Ugento, e i pochi (ma fervidi) anni di parroco a Tricase, nel Salento estremo, a Capo Santa Maria di Leuca. Testimonianze dirette e indirette.

Chi è stato don Tonino Bello? Un personaggio d’eccezione, grande di profonda e varia cultura (insegnava in seminario Italiano e Lettere classiche, qualche anno anche Storia, e perfino Matematica e Scienze, una mente polivalente), ma con una carriera schiva dagli onori che allora (più di oggi) il cerimoniale voleva per i dignitari ecclesiastici. Durante il Concilio Ecumenico Vaticano II, fu accompagnatore del suo vescovo (mons. Giuseppe Ruotolo) a Roma, e fu lì che si laureò in Teologia; a soli 33 anni fu nominato monsignore per volontà del vescovo che lo ringraziava in tal modo del suo prezioso aiuto a Roma; ma di tale nomina – per anni e anni – non seppe nulla nessuno, fino a quando fu scelto vescovo (e anche questa nomina fu dopo una o due rinunce precedenti).

Non erano queste forme di umiltà connaturali al carattere del personaggio, ma frutto di virtù personale; e perciò ancor più meritorie. Chi scrive ha conosciuto il personaggio fin dalla sua ordinazione sacerdotale, e può aggiungersi al relatore della serata di Sartirana nel ricordare un percorso di maturazione, da giovane sacerdote a parroco a vescovo, fino ai riconoscimenti più che diocesani, nell’impegno di mons. Bello per la pace nel mondo (fu presidente del movimento Pax Christi, e ideatore della marcia a Sarajevo).

Una umiltà come scelta alternativa voluta: a cominciare dallo stemma vescovile (non avendo di che scegliere, prese a stemma quello del suo Comune di nascita, Alessano, e cioè una croce in mezzo a due ali), per arrivare alla reale sua croce pettorale e al suo pastorale in legno d’ulivo, in sostituzione della croce d’oro e del pastorale in argento, come era d’uso consolidato dalla tradizione.

Ma non si fermava ai segni esteriori; soprattutto agiva in semplicità: guidava una Fiat 500 abbastanza provata, e così si spostava in diocesi, senza seguito e dando passaggi agli autostoppisti di tutte le età e di tutte le nazionalità; quando fece il suo ingresso ufficiale a Ruvo, che fu annessa in seguito alla diocesi di Molfetta, arrivò in cattedrale da una porta laterale, e non trovò nessuno, fino a quando non si accorse che lo aspettavano tutti in piazza, fuori dal portale principale.

Egli curava il rapporto con gli umili, negli incontri diretti prima che nelle prese di posizione ufficiali, che pure fecero parlare di lui la stampa nazionale e internazionale. Egli politicamente non era schierato ufficialmente, e per formazione culturale era vicino alla Democrazia Cristiana, che rappresentava allora le idee della dottrina sociale della Chiesa; tuttavia, se invitato, a Molfetta e non solo, andava in visita alla Festa dell’Unità, perché sentiva anche i comunisti come suoi figli nella pastorale sociale.

I poveri li andava a cercare alla stazione, o lungo le strade, per portarli al ristorante, dove li lasciavano entrare solo per rispetto al vescovo; i poveri li accolse in vescovado, a un certo punto della storia molfettese, dividendo quel palazzo in piccoli appartamenti, e tenendo per sé due stanze e la cappella; in cappella pregava e scriveva, spesso di notte, quando di giorno i bambini strillavano nelle stanze vicine. Fu criticato allora da qualche benpensante, e la critica giunse al Vaticano: tra gli sfrattati accolti in episcopio c’era perfino una prostituta, che ovviamente “esercitava” fuori casa, all’insaputa del vescovo.

Con mons. Bello assistiamo alle prime intuizioni, in Italia, della pastorale per una Chiesa povera, quella che oggi predica e attua Papa Francesco: don Tonino ha operato a Molfetta, nel piccolo e negli anni ’80, quello che a livello planetario, nel secondo millennio, sta operando Papa Francesco; scelta di una Chiesa povera e schierata per i poveri, accoglienza agli stranieri, contro ogni discriminazione, e avversione assoluta alla guerra. “I poveri – diceva – hanno sempre ragione, anche quando hanno torto!”

Una vita la sua che univa le scelte umanitarie alla sua semplicità naturale (coltivata come dote preziosa), un messaggio il suo che calava la sua cultura poliedrica per rappresentare l’impegno a difesa degli umili; il tutto con una vena poetica che egli non ha mai cessato di fruire: la dottrina si modellava in linguaggio che toccava i sentimenti di chi ascoltava allora, e di chi legge oggi. Quando morì, dopo una malattia devastante che lo provò nel fisico e nell’intimo, (e che egli non coprì mai ma mostrò con naturalezza, fino alla sua ultima messa in cattedrale, da seduto), quando morì tutta Molfetta e dintorni seguì il funerale: giovani e vecchi, credenti e non-credenti, italiani e stranieri, gente per bene e anche non per bene. Ricordando una sua lettera pubblica, che chiamava “fratello” il “ladro” che gli aveva rubato la Fiat 500, quell’auto sgangherata con cui viaggiava per la sua diocesi.

Ugo Baglivo