O come obbedienza

<- Alfabeto della non violenza

Obbedire deriva dal latino << ob-audire >>. Che significa : ascoltare stando di fronte.

 Quando ho scoperto questa origine del  vocabolo, anch’io mi sono progressivamente liberato dal  falso concetto di obbedienza intesa come  passivo azzeramento della mia volontà, e ho capito che essa  non ha alcuna rassomiglianza, neppure alla lontana, col supino atteggiamento dei rinunciatari.

Chi obbedisce non annulla la sua libertà, ma la esalta.  Non mortifica i suoi talenti, ma li traffica nella logica della domanda e dell’offerta. Non si avvilisce all’umiliante ruolo dell’automa, ma mette in moto i meccanismi più profondi dell’ascolto e del dialogo.

C’è una splendida frase che fino a qualche tempo fa si pensava fosse un ritrovato degli anni della contestazione : “ obbedire in piedi “. Sembra una frase sospetta, da prendere, comunque, con le molle. Invece è la scoperta dell’autentica natura dell’obbedienza, la cui dinamica suppone uno che parli e l’altro che risponda. Uno che faccia  la proposta con rispetto , e l’altro che vi aderisca con amore. Uno  che  additi un progetto senza ombra di violenza, e l’altro che con gioia ne interiorizzi l’indicazione.

In effetti, si può obbedire solo stando in piedi. In  ginocchio si soggiace, non si obbedisce. Si soccombe, non si ama. Ci si rassegna, non si collabora. ( )

L’obbedienza, insomma, non è inghiottire un sopruso, ma è fare un’esperienza di libertà.

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