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75 anni di sacerdozio. Luigi Bettazzi, vescovo: storia di fedeltà e parresia

Arrigo Miglio, mercoledì 4 agosto 2021

Caro direttore,

oggi vorrei scrivere di monsignor Luigi Bettazzi ‘secondo me’. ‘L’altro’ Bettazzi. Altro rispetto al vescovo conosciuto soprattutto per l’immagine trasmessa dai media e legata ad alcuni suoi gesti e scritti, comprese numerose sue pubblicazioni, che hanno fatto cogliere soprattutto il personaggio pubblico, meno il pastore e l’uomo che, giunto in una regione a lui sconosciuta – il Piemonte – vi si è incarnato con entusiasmo e continua a viverci con grande amore da oltre mezzo secolo.

In questo senso posso dire qualcosa su monsignor Bettazzi ‘secondo me’: momenti di una vita pastorale e quotidiana meno conosciuti; il suo rapporto con le persone, con il territorio, la sua testimonianza quotidiana di amore alla Chiesa. Vorrei dire qualcosa sul vescovo che ho incontrato quando ancora ero seminarista, che mi ha ordinato sacerdote, mi ha affidato man mano vari impegni pastorali e per una quindicina di anni mi ha chiesto di collaborare con lui come vicario, abitando nella casa vescovile con lui, casa peraltro abbastanza grande dove i momenti di vita comune si alternavano bene con gli spazi e i tempi della vita personale di ciascuno. In quella casa sono tornato sette anni dopo l’esperienza fatta come vescovo di Iglesias, mentre monsignor Bettazzi si era trasferito pochi km fuori Ivrea, accettando però sempre di tornare in Cattedrale e in Episcopio per le feste principali e in particolari occasioni.

Stiamo parlando di una persona che proprio oggi arriva a 75 anni di sacerdozio dei quali 58 di episcopato (3 come ausiliare di Bologna col cardinal Lercaro, 32 come vescovo di Ivrea e 22 come vescovo emerito, finora…).

La diocesi canavesana aveva vissuto il Concilio col giovane vescovo 44enne Albino Mensa, dal 1960 al 1966, e già aveva provato a sgranchirsi le gambe, le braccia e le idee, dopo due episcopati durati in tutto 60 anni – Matteo Filipello (18981939) e Paolo Rostagno (1939-1959) – e saldamente ancorati alla tradizione religiosa soprattutto torinese, ricca di tanti Santi ben noti. Quando il 15 gennaio del ’67 giunse il 43enne vescovo Luigi a sostituire monsignor Mensa, trasferito a Vercelli, fu subito chiaro che i ritmi sarebbero cambiati. Le prime auto del nuovo vescovo non ebbero vita lunga: la 500, la 600, la 850, nonostante la buona volontà dei meccanici. Continue le visite alle parrocchie, ma ciò che ha sempre colpito tutti è stata la sua vicinanza a tutti i preti ammalati e anziani (50 anni fa eravamo 300 preti) e la vicinanza a quanti vivevano in casa con loro, genitori e familiari. Abituati allo schema della visita del vescovo ogni 5 anni, quando un parroco della Valchiusella disse al vecchio padre ammalato che era venuto il vescovo per salutarlo, la reazione fu: «Diavolo! Non è possibile», ovviamente in dialetto stretto, e la risposta del Vescovo fu: «Tranquillo, non sono il diavolo», anche questa in dialetto, un po’ meno stretto. Questo ritmo durò per tutti i 32 anni, nonostante gli impegni di Pax Cristi nazionale e internazionale.

Una vicinanza alle persone che diventò quasi naturalmente conoscenza e amore al territorio canavesano e alla sua cultura. Soprattutto le montagne, fino ai 4.000 metri del Gran Paradiso e sconfinando spesso e volentieri in Valle d’Aosta, fino al Cervino e al Monte Rosa. La visita pastorale alle parrocchie delle Valli Orco e Soana divenne anche la visita a tutte le chiese e cappelle della montagna, oltre un centinaio solo in quelle valli, raccogliendo un archivio fotografico che la diocesi non aveva mai avuto prima. Il fotografo? Ovviamente il Vescovo, appassionato ed esperto. Dalle montagne alla Città, dove Ivrea significa anzitutto il Carnevale, quello delle arance. Ma è una kermesse che dura almeno sei mesi, divenuta per lui occasione unica per conoscere tutto il mondo eporediese, non solo quello devoto…

E da Ivrea agli altri continenti. La visita annuale ai preti diocesani fidei donum, in America Latina e Africa, era il suo periodo di ferie, l’unica volta in cui era costretto a farsi sostituire dal vicario nelle occasioni che lui non avrebbe mai mancato. E poi le diverse missioni di Pax Cristi Internazionale, con le tensioni di quegli anni novecenteschi (anni 70 e 80) a livello ecclesiale e politico. Alcune volte la Segreteria di Stato intervenne e monsignor Bettazzi si fermò, rinunciando, ad esempio, ad andare al funerale di monsignor Romero, oggi Santo! Ma qui entriamo in un capitolo che va oltre la vita quotidiana della nostra piccola diocesi di provincia. Ciò che mi preme dire è che sempre abbiamo ricevuto una testimonianza al tempo stesso di grande ‘parresìa’ e di fedeltà piena alla Chiesa e a Pietro. Il rapporto sviluppatosi con san Giovanni Paolo II ne è buona testimonianza. E se una cosa mi ha fatto talvolta soffrire in ambiente ecclesiastico è stata propria l’ombra del sospetto da parte di chi non lo conosceva bene, forse a motivo dei luoghi comuni o forse perché talora si ritiene più virtuoso il silenzio accomodante rispetto al confronto leale, anche se critico.

Arcivescovo emerito di Cagliari

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