lunedì, 27 Settembre 2021
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NUOVO INIZIO

Cari Amici,
l’orrore degli attentati e il dramma dei profughi afghani mostrano quanto sia alto il prezzo della rotta americana a Kabul, e non solo per l’America. Essa è stata assimilata alla fuga da Saigon dell’aprile 1975. In realtà è stata molto di più e molto più grande è la sua forza simbolica come evento capace di segnare una periodizzazione della storia in due tempi opposti e diversi tra un’epoca che finisce e un’altra che comincia. La caduta di Saigon rappresentò infatti la sconfitta del tentativo degli Stati Uniti di sostituirsi alle potenze europee (e nel caso specifico, alla Francia) nella gestione di un potere imperiale residuo su questa o quella porzione del “Terzo mondo” arretrato, e quindi segnò la fine dell’età coloniale; l’abbandono dell’Afghanistan rappresenta invece il fallimento della risposta dell’Occidente alla caduta del comunismo e dell’ordine bipolare, e segna la fine del nuovo ordine globale. Ne esce sconfitta la pretesa dell’Occidente di sostituirsi al socialismo scomparso instaurando un unico dominio su un mondo ridotto alla propria misura e finisce il sogno degli Stati Uniti di dar corso a un “nuovo secolo americano”. La lettura che ci sentiamo di avanzare è che la caduta di Kabul è speculare alla caduta del muro di Berlino; ambedue frutto non di una sconfitta militare ma di una decisione politica degli invasori, i sovietici allora, gli americani oggi; ambedue segno che il mondo da loro immaginato e voluto è sbagliato e impossibile, e che un altro se ne deve ora progettare e costruire. Il 2021 si rivela pertanto come il rovescio dell’89. Ma allora è lì che bisogna tornare, come ai nastri di partenza, per organizzare un’altra risposta. Come fu sostenuto in un seminario della scuola “Vasti” del novembre 2001 che qui riprendiamo, l’Occidente sbagliò allora la lettura e la risposta agli eventi dell’89, prima favorendo la dissoluzione dell’URSS, poi concependo un mondo di cui esso fosse l’unico gendarme e padrone; l’Occidente non seppe uscire dal sistema di dominio e di guerra che era legato alla diarchia del terrore ma, venuta meno l’Unione Sovietica, proseguì quel medesimo sistema mettendosi alla sua testa da solo; esso pertanto non seppe cogliere l’occasione di quella inaudita e pacifica discontinuità storica, non seppe concepire e gestire un progetto nuovo per il mondo che rappresentasse un vero superamento del vecchio sistema bipolare, e così facendo si inserì nella traiettoria della sua caduta, attivando una crisi speculare a quella che fu la crisi del comunismo e innescando la fase finale della crisi di quell’ordine. Come avvenne questo? Quando il 14 novembre 1989 Gorbaciov, capo dell’URSS, trasmise ai dirigenti tedeschi la decisione di aprire il muro di Berlino, tutta la politica militare, tutta la politica estera, tutto il mondo erano pensati in funzione della sfida finale della storia, identificata con lo scontro dell’Occidente col comunismo inteso come il principio del male. Nel momento in cui questo improvvisamente e in modo incruento finisce, gli americani stentano a crederci, e si apre un vuoto che non si è minimamente preparati a riempire.
L’unica cosa che l’Occidente riesce a dire è: “la guerra fredda è finita, e noi l’abbiamo vinta”.
Ma che fare del mondo? Finalmente il capitalismo ha prevalso, il mercato è ormai universale, le più ardite speranze dei teorici del liberalismo che avevano profetato: col libero commercio, l’eterna pace, si possono realizzare. La storia è giunta al suo adempimento e noi ce l’abbiamo portata.
D’altra parte il capitalismo che dai grandi Paesi dell’Occidente si presenta a raccogliere l’eredità del mondo, è un capitalismo attraente, un capitalismo non solo di ricchezze e di lustrini televisivi, ma anche di diritti, di protezione sociale, di pluralismo politico. Non è il capitalismo selvaggio che oggi conosciamo, è un capitalismo ancora profondamente influenzato dall’esistenza di un campo antagonista, dalla sfida esterna del mondo socialista, dal condizionamento interno delle sinistre e dei sindacati, dal compromesso keynesiano.
E’ un capitalismo che ha dovuto accettare delle compatibilità con diritti e valori indipendenti dal mercato, è un capitalismo avaro con i bisogni, ma dispensatore di desideri.
E quindi tutti ci vogliono entrare, immigrandoci dentro e importandolo a casa loro.
Ma a questo punto, caduto il limite esterno, il capitalismo realizzato si accorge di non essere affatto universale. E’ il sistema migliore possibile, ma non è per tutti, i suoi benefici non si possono estendere a tutti. Esso non può reggere la vita e lo sviluppo del mondo. Non può sfamare tutti, non può avere acqua e medicine per tutti, non può permettere la democrazia a tutti. I meccanismi economici non sono attrezzati per questo, perché sono fatti per incrementare il denaro e non per soddisfare i bisogni. Ma questo non è il solo problema. E’ lo stesso ordine fisico della terra che presenta limiti invalicabili a una fruizione universale del livello di vita conseguito dalle aree privilegiate del sistema. Il Club di Roma già nel 1971 aveva proiettato nel futuro i limiti dello sviluppo, e quelle previsioni erano risultate fondate. Stava per finire il petrolio, il gas naturale, il carbone, stava per cambiare il clima, stavano per ritrarsi le acque da bere e innalzarsi le acque marine, i tassi di inquinamento stavano per raggiungere livelli catastrofici. Contro il mito del progresso illimitato, si faceva strada la coscienza della scarsità. Gli anni 90, gli anni dopo la fine dell’URSS, sono gli anni in cui i grandi poteri rimasti sono posti di fronte a queste alternative, a queste scelte. Ci sono correnti che spingono verso una ristrutturazione equa di tutti i rapporti mondiali, che postulano la pace la giustizia e la salvaguardia del creato, ci sono le teologie della liberazione dell’America Latina, ci sono i pacifisti, ci sono i rapporti delle Agenzie intergovernative sul clima che denunciano i pericoli e che spingono verso quei primi risultati che saranno la conferenza di Rio sul clima e il Trattato di Kyoto; nel vertice di Roma del 1996 la FAO ancora si illude di poter dimezzare la fame nel mondo per il 2015.
Ma il sistema fa un’altra scelta. Se il mondo non si può tenere in piedi tutto, allora se ne garantisce solo una parte, la propria. Il capitalismo vincente non può ritrarsi e rientrare nei vecchi confini del Primo Mondo, continuerà a inglobare tutto il mondo, ma con una stratificazione, una gerarchia, una grande selezione, una realistica diseguaglianza; c’è un mondo da salvare e un mondo a perdere, i privilegiati e gli esclusi, i necessari e gli esuberi; cioè noi e loro, quelli che poi un giorno papa Francesco chiamerà “gli scarti”.
La formula del resto era stata enunciata da Spencer, il promotore ottocentesco della società dell’utile, della “military and industrial society”, ed era così enunciata nel suo “Sistema di filosofia sintetica”: gli uomini sono come sottoposti a un giudizio di Dio; “se sono realmente in grado di vivere essi vivono, ed è giusto che vivano. Se non sono realmente in grado di vivere essi muoiono, ed è giusto che muoiano”. Il darwinismo sociale. È questo il punto di caduta a cui l’intero corso storico perviene.
Ma un mondo così non sta a posto da solo. Deve essere tenuto a bada con scettro di ferro. Il grande problema che si apre con la fine dell’ordine bipolare e la scomparsa dell’URSS è quello del governo del mondo. L’idea è che occorre stabilire un sovrano universale, e questo non può essere altro che gli Stati Uniti perché, come doveva spiegare Brzezinski, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Carter, non c’è altra alternativa che l’America all’anarchia globale. Nell’aprile del 1992 le “linee guida” per la politica della difesa degli Stati Uniti formalizzano la nuova dottrina.
“Occorre impedire a qualsiasi potenza ostile – dicono – il dominio di regioni le cui risorse le consentirebbero di accedere allo status di grande potenza”; occorre “impedire l’ascesa di un futuro concorrente globale”; occorre “dissuadere i Paesi industriali avanzati da qualsiasi tentativo che miri a contestare la nostra leadership”, cioè la leadership americana: e questo valeva anche per l’Europa.
E nel 1998 la destra americana avanza il progetto di fare del nuovo secolo un “nuovo secolo americano”. Naturalmente occorreva anche tenere in mano le carte per l’ultima partita sulla ripartizione e l’utilizzo delle risorse in via di esaurimento, ma soprattutto occorreva al più presto possibile riappropriarsi dello strumento sovrano del governo del mondo: la guerra. La guerra, agli inizi degli anni 90, non solo era bandita dal diritto, ripudiata dalle Costituzioni, ma godeva di un unanime discredito e repulsione nell’opinione pubblica mondiale. La guerra, identificata ormai con la guerra nucleare, era considerata come il male assoluto, anche dai governanti. La guerra fredda era combattuta per evitare la guerra. Le politiche dell’Occidente erano tutte politiche di pace, anche i missili si mettevano per la pace, la “ratio” della corsa al riarmo nucleare era la dissuasione dalla guerra nucleare. La guerra era il terrore; la pace era l’equilibrio del terrore, era la deterrenza: cioè togliere il terrore con il terrore.
Ma nella nuova situazione creatasi dopo l’89 la guerra doveva essere ripristinata, richiamata dal suo esilio, eticamente riscattata e di nuovo agghindata e adornata come una sposa.
L’occasione la fornì l’Iraq e la sua disputa con l’Arabia Saudita e gli altri Paesi OPEC per il prezzo del petrolio, sceso a prezzi stracciati fino a 12 dollari al barile. Fidando nel fatto che la guerra non usava più, l’Iraq occupò il Kuwait. Questo crimine fu fatale. Il muro di Berlino era stato rimosso da un anno, l’URSS non era più in grado di fermare l’Occidente. E Bush padre fece la guerra; la fece per due ragioni; la prima, come spiegò poi nelle sue memorie, perché non si poteva permettere che le riserve di petrolio del Medio Oriente cadessero sotto il controllo di una potenza ostile; e fu la prima guerra per il petrolio: e la seconda ragione, più importante, fu per ristabilire il diritto di guerra esercitandolo in nome di quelle stesse Nazioni Unite che l’avevano abrogato; e quella del 1991 fu la guerra per riabilitare la guerra agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. Ci vollero alcuni mesi non solo per preparare l’armata ma per sviluppare una imponente campagna di persuasione; si trattava di rovesciare il sentire comune che Paolo VI aveva quindici anni prima icasticamente proclamato dalla tribuna dell’ONU: mai più la guerra. E infatti Giovanni Paolo II le si oppose.
Nel 1999 toccò alla Iugoslavia. La guerra era stata ormai richiamata in servizio, era “libera all’esercizio”. Anche per quella guerra si parlò di petrolio, della necessità di aprire un corridoio per gli oleodotti dal Caspio. Ma la vera ragione fu politica. La ragione fu di uscire dall’ordine delle Nazioni Unite, dove la guerra era ancora formalmente bandita, e comunque sottoposta a limiti e condizioni, ed entrare, ormai senza altre remore, nell’ordine della NATO; la NATO diventava essa la nuova comunità internazionale, la parte per il tutto, assumeva prerogative sovrane, si investiva in proprio del diritto e del potere sovrano di guerra. Per far questo cambiava i suoi statuti. Il 24 aprile 1999, nel vertice atlantico di Washington, la NATO cambiava finalità e natura, dichiarava non più operanti i limiti degli articoli 5 e 6 del suo Statuto che restringevano l’ipotesi di uso della forza armata alla difesa contro un’aggressione, e rompeva perciò anche i limiti dell’art. 51 della Carta dell’ONU; inoltre la NATO infrangeva i limiti della sua competenza territoriale e si assegnava come campo d’azione tutto il mondo; teorizzava la pace e la sicurezza non più come indivisibili per tutti, ma solo per sé e per i 19 Paesi membri, e individuava nuove minacce alla sicurezza: terrorismo, sabotaggio, criminalità organizzata, interruzione di approvvigionamenti, movimenti migratori, fattori politici, economici, sociali, ambientali, rivalità etniche, religiose, riforme mal pensate o fallite, violazione di diritti umani, dissoluzione di Stati. Per la prima volta il ricorso alle armi, cioè la guerra, veniva contemplata come risposta a crisi politiche, sociali, economiche, religiose di ogni tipo. Non a caso la prima delle nuove minacce alla sicurezza era individuata nel terrorismo. Quest’ultima era una profezia destinata ad autorealizzarsi. Se il mondo doveva restare pietrificato nella sua ingiustizia costitutiva, se la guerra diventava il mezzo universale per gestire ogni genere di contraddizioni o di crisi, e se l’esistenza di un’unica superpotenza militare faceva sì che la guerra restasse prerogativa e risorsa di una parte sola, agli altri non restava che il terrorismo.
In tal modo terrorismo e guerra erano assimilati come due variabili della stessa fattispecie, come due surrogati dello stesso bene perduto: la politica.
La conferma giunse ben presto, l’11 settembre 2001, con gli attentati al Pentagono e alle Torri gemelle. Il giovane Bush li riconobbe subito come atti di guerra. E infatti rispose con la guerra, perché questa ormai era diventata l’unica lingua della politica. Nascono così la guerra e l’invasione in Afghanistan durate fino ad ora, e subito dopo la seconda guerra del Golfo, giunta fino alla distruzione dell’Iraq e all’uccisione di Saddan Hussein, sulla base della menzogna, poi ufficialmente riconosciuta dal rapporto Chilcot del Parlamento inglese e dallo stesso Tony Blair, della minaccia delle armi di distruzione di massa. E nel 2002 il delirio teorizzato dalla destra neoconservatrice secondo cui la sicurezza americana stava nel dominio del mondo veniva formalizzato nella “Nuova strategia della sicurezza nazionale americana” che arricchiva con le armi spaziali gli arsenali a disposizione della Casa Bianca.
È tutto questo che è finito nel neoisolazionismo di Trump, nell’ideologia dell’“America First”, nella “debacle” di Biden, nell’abbandono americano dell’Afghanistan e nella tragedia dei presi e lasciati nell’aeroporto di Kabul. Ed è da qui allora che deve partire l’altra risposta, che in un altro modo deve coinvolgere la totalità degli attori che agiscono sulla scena del mondo, Stati e popoli, dagli Stati Uniti alla Cina, dai kurdi ai palestinesi, dagli ebrei ai musulmani; è in questo quadro che si innalza la proposta universale e inclusiva di papa Francesco, la sua proposta di una fraternità umana nella pluralità di diritto divino delle religioni, ed è qui che si leva la proposta laica di una ricomposizione della società umana sotto la sovranità del diritto, di una Costituzione della Terra.

Con i più cordiali saluti

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

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