lunedì, 6 Febbraio 2023
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Nella teologia di Benedetto si ritrova il respiro conciliare per la pace. Di Giuseppe Vacca

«Sono l’ultimo che può dirsi stupito, come mostra di essere gran parte dei media, per la straordinaria partecipazione popolare alle esequie di Papa Ratzinger». Giuseppe Vacca, da non credente e storico presidente dell’Istituto Gramsci, si ritrovò iscritto d’ufficio, tempo fa, alla lista dei “marxisti ratzingeriani”, e oggi non vede ragioni – anzi – per cancellare l’adesione. Saltano molti schemi precostituiti nelle sue argomentazioni, stereotipi diffusi alla base del diniego che fu opposto a Benedetto XVI al suo intervento, nel 2007, alla cerimonia di apertura dell’anno accademico alla “Sapienza”. «Un atto che esprime tutta la miseria di certa cultura di sinistra».

Teologo “raffinato”, in qualche modo elitario, nella vulgata prevalente. Invece…

Invece viene alla luce il diffuso interesse per l’opera di rinnovamento teologico da lui portata avanti prima da cardinale, accanto a Giovanni Paolo II, e poi da Papa, in una prospettiva unitaria con papa Bergoglio.

C’è chi insiste invece sulle differenze, e teorizza una vera e propria frattura nel passaggio di consegne.

Non è così. Da non credente vedo entrambi come grandi continuatori dello spirito del Concilio. Questo interesse per i valori e la presenza della Chiesa a sinistra ha radici antiche, che rimandano alla crisi dei missili a Cuba superata, come è noto, grazie ruolo decisivo svolto da Giovanni XXIII, che poi promulgò la Pacem in terris.

E possiamo aggiungere, in quello come in altri frangenti complicati della storia, anche il ruolo non secondario svolto da Giorgio La Pira.

Diciamo che fu la Chiesa a dare una prospettiva antropologica alla pace. E noi mettevamo insieme nelle nostre sezioni le immagini di Kennedy, Krusciov e papa Giovanni. La fine della Seconda guerra mondiale, con Hiroshima e Nagasaki, aveva lasciato nella coscienza popolare la percezione che l’uomo era ormai in grado di auto-distruggersi. E la guerra non poteva più esser definita la continuazione della politica con altri mezzi. Ora lei dirà: cosa c’entra questo con Ratzinger?

Glielo avrei chiesto, infatti.

C’entra perché ci porta ad affermare, riprendendo il suo dialogo del gennaio 2004 col filosofo Jürgen Habermas su fede e ragione, che senza il principio di trascendenza, senza cioè una visione antropologica, si può avere della modernità solo una lettura miserabile e povera.

Con Ratzinger invece c’è un reciproco arricchimento fra laici e cattolici.

Sì, ed è in questa prospettiva che nacque l’interesse di alcuni di noi per la prospettiva antropologica di cui papa Benedetto XVI si è fatto interprete nel suo pontificato. Un tema approfondito per primo da Paolo Sorbi, poi sono aggiunti Pietro Barcellona, Mario Tronti e il sottoscritto. Questa riflessione comune ci è valsa quella definizione, tutto sommato accettabile, di “marxisti ratzingerini”.

Singolare che ad avviare la riflessione sia stato Paolo Sorbi che, da studente di sociologia a Trento, interruppe il Quaresimale in Duomo, nel Sessantotto, per contestare la condanna del marxismo da parte del predicatore.

C’era stato il Concilio, e – appunto – la Pacem in terris. E, per quanto possa apparire strano, i più convinti a divulgare il contenuto di quell’enciclica fummo noi comunisti. Perché interrompeva il nesso di necessità fra politica e guerra, parlando di unità del genere umano.

Qual è il filo rosso che lega il Magistero di Ratzinger e quello di Bergoglio?

Il Concilio ha interrotto quel processo affermatosi a partire dal 1949, che aveva fatto diventare l’Occidente angloamericano. Una visione antropologica universale si rivolge all’intero genere umano, non a una parte di esso. Questa visione è la premessa di un reciproco riconoscimento in nome della comune umanità, mentre un’identificazione territoriale è già la premessa di un possibile conflitto. Bergoglio ha proseguito questo filone offrendo a questa visione antropologica universale un approfondimento ulteriore sul piano dell’ecologia, dell’umanesimo integrale e della pace. Aspetti messi assieme, ultimamente, in relazione alla guerra, dal vostro, anzi preferisco dire dal “nostro” giornale.

In questa chiave il ritirato invito alla “Sapienza”, per Benedetto XVI, appare come una vera e propria svista per la sua cultura di appartenenza.

Non è la sola miseria umana di una sinistra ridottasi ad auto-referenzialità dei ceti medi, che, rinchiusa in una sorta di “Ztl” occidentale, ha dimenticato l’insegnamento di studiosi come Ernesto De Martino, e non è riuscita nemmeno a differenziarsi, in nome dei principi universali che dovrebbe professare, sulla prospettiva di una pace possibile.

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