martedì, 27 Febbraio 2024
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L’Europa di Francesco tra l’anima e la memoria – Mons. Vito Angiuli

Da Roma a Budapest. Il percorso del 41° viaggio di Papa Francesco è stato piuttosto breve,
ma il programma è stato intenso e il messaggio di grande rilevanza. Sostando a Budapest, la “perla del Danubio” e la città natale di grandi musicisti come Liszt e Bartók, il Pontefice ha compiuto non solo una visita di Stato, ma ha scritto e diretto una partitura sinfonica come un abile ed esperto compositore e direttore di orchestra, cullato dalle «morbide onde del Danubio, che è passato, presente e futuro»
1 per delineare il compito e la missione dell’Europa.


Il primo discorso pronunciato
nell’ex Monastero Carmelitano, sede del capo del governo
ungherese,
assomiglia a una grande “Ouverture” dove sono annunciati tutti i temi melodici che nel corso della visita sono stati sviluppati attorno a un’asse portante: l’identità e la vocazione dell’Europa nel mondo contemporaneo. Idealmente il Papa ha chiamato a raccolta i più grandi interpreti dello spirito europeo, i padri fondatori dell’Europa, per intonare l’inno alla gioia e alla pace. Budapest, città di storia, di ponti e di santi, collocata nel cuore del Vecchio Continente, è divenuta per tre giorni il luogo ideale per lanciare un grande messaggio all’Europa: «ritrovare la sua anima» e rimanere, nel nostro tempo, «la memoria dell’umanità».


Che visione! Che straordinaria vocazione! Ritrovare un’anima e continuare ad essere
«memoria» di un glorioso passato che può segnare il presente e illuminare il futuro. Due
caratteristiche, queste, che qualificano in profondità l’identità dei popoli europei e ne fanno un serbatoio di valori ai quali attingere per ridare speranza e stabilità alla civile convivenza tra i popoli, rifiutando con decisione il «ruggito dei nazionalismi» e le sirene dei «populismi autoreferenziali».
Tocca all’Europa emarginare «i solisti della guerra» e riannodare i fili interrotti del dialogo e
della diplomazia per riportare la pace in Ucraina e nel resto del mondo. Occorrono, però, «sforzi creativi» per assicurare una pace stabile e duratura. Per questo il Pontefice ha aggiunto provocatoriamente: «In questa fase storica i pericoli sono tanti; ma, mi chiedo, anche pensando alla martoriata Ucraina, dove sono gli sforzi creativi di pace?»
Non si potrà mai uscire dalla crisi nella quale versa la società contemporanea perseguendo i
propri interessi strategici, richiudendosi negli stretti confini dei propri territori, continuando a vagheggiare ideologie ormai superate. Il “Ponte delle catene”, il più famoso ponte di Budapest, offre a Francesco il destro per «immaginare un’Europa simile, formata da tanti grandi anelli diversi, che trovano la propria saldezza nel formare insieme solidi legami».
In questo scenario, la fede cristiana diviene una forza aggregante e propulsiva per tenere
unita la società, dare stabilità a un cambiamento sociale e culturale sempre più vorticoso, infondere nuova energia alla vita personale e comunitaria, promuovendo uno stile che sappia coniugare inseparabilmente verità e mitezza, solida identità e necessità di apertura agli altri.
Il dialogo e la convivenza pacifica, promossi sulla base di una visione cristiana della vita, farà sì che l’Europa non rimanga «ostaggio delle parti, diventando preda di populismi autoreferenziali, ma che nemmeno si trasformi in una realtà fluida, se non gassosa, in una sorta di sovranazionalismo astratto, dimentico della vita dei popoli. È questa la via nefasta delle “colonizzazioni ideologiche”, che eliminano le differenze, come nel caso della cosiddetta cultura gender, o antepongono alla realtà della vita concetti riduttivi di libertà, ad esempio vantando come conquista un insensato “diritto all’aborto”, che è sempre una tragica sconfitta. Che bello invece costruire un’Europa centrata sulla persona e sui popoli, dove vi siano politiche effettive per la natalità e la famiglia, dove nazioni diverse siano una famiglia in cui si custodiscono la crescita e la singolarità di ciascuno»
.

Questo passaggio del discorso tocca un tema caro a Papa Francesco, più volte da lui
richiamato nei suoi interventi, ma altrettante volte poco considerato e messo sotto silenzio dai grandi mezzi di comunicazione con quella tecnica della “dimenticanza” e dello spostamento di accento che falsifica la visione d’insieme proposta dal Pontefice. Quasi mai, infatti, ci si sofferma ad illustrare il concetto di “colonizzazioni ideologiche”, frutto maturo della modernità
3. Si tratta di quella moda culturale che uniforma, rende tutto uguale, non tollera differenze e si concentra solo sul momento presente, sui bisogni e sui diritti degli individui.


Il Papa chiede all’Europa di fronteggiare questa mentalità individualista e ricorda che il vivere comune si fonda su presupposti che il sistema politico da solo non può produrre. Il riferimento implicito è alla celebre affermazione del filosofo e giurista tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde: «Lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non è in grado di garantire.
Questo è il grande rischio che esso si è assunto per amore della libertà». In tal modo, non solo si eviterà di imporre la propria ideologia ai Paesi più poveri, togliendo loro l’identità, la cultura, la storia, la tradizione propri di ciascun popolo, ma si spalancheranno le porte per accogliere coloro che emigrano alla ricerca di una vita più giusta e dignitosa.


Promuovere la pace, custodire la vita e accogliere i migranti sono i compiti affidati all’Europa da Papa Francesco. È il sogno che non si stanca di ripetere per annunciare a tutti, «opportune et importune»
, la via della fraternità. Sarà ascoltato, oltre che applaudito?

Mons. Vito Angiuli

Articolo in “Nuovo Quotidiano di Puglia- Lecce”, mercoledì, 3 maggio 2023, pp. 1 e 27. 

 

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