Credo che gli euro-delusi, tra i quali mi annovero anch’io, siano molto più numerosi degli europeisti soddisfatti. Oramai ho rinunciato al sogno di morire dopo aver visto sulla mia Carta d’Identità l’indicazione “Cittadinanza europea”. L’Unione Europea, la grande incompiuta.
Ma c’è una realtà storica innegabile, che neppure nazionalisti e populisti possono ignorare: l’UE ha garantito ai popoli che ne fanno parte 80 anni di pace. Le guerre che per secoli hanno insanguinato l’Europa sono “miracolosamente” cessate. Oggi è ridicolo immaginare una guerra franco-tedesca così come è impensabile che la Puglia dichiari guerra alla Basilicata.
Come si è giunti a questo risultato? Armandosi tutti fino ai denti per far paura alle nazioni confinanti? No! Semplicemente sedendosi intorno ad un tavolo per trovare l’accordo necessario. Un tavolo di concertazione ideato mentre ancora infuriava la Seconda Guerra Mondiale!
Che fine ha fatto questo modello europeo? Nessun potente della terra sembra tenerne conto, neppure gli stessi leader europei. Anni fa sono rimasto deluso quando il governo Draghi ha deciso di dare effettivo compimento all’impegno di portare le spese militari al 2% del PIL, impegno confermato dal governo Conte. Ma l’impegno del governo attuale di portare al 5% la quota di PIL da destinare alle spese militari è pura follia. Significa quasi triplicare le spese. Significa consegnarsi con mani e piedi legati all’industria bellica americana e nel contempo trasformare l’economia italiana in economia di guerra, dove l’industria delle armi fa da volano per lo sviluppo (?) dell’intero paese. Non ci rassicurano le sbandierate dichiarazioni della premier che nessun servizio essenziale sarà toccato. Hanno tutta l’aria di essere degli spot pubblicitari in una perenne campagna elettorale, dato che è di palmare evidenza che, essendo il bilancio dello Stato contenuto entro limiti predefiniti, l’aumento di una voce di spesa comporta automaticamente la riduzione di qualche altra voce. Quali sono questi servizi non essenziali che saranno tagliati? La sanità (siamo già all’ultimo posto dei paesi del G7 per la spesa sanitaria pro capite)? L’istruzione? La cultura? Il risanamento economico e sociale delle periferie? Il risanamento del dissesto del territorio, per impedire che anche questo inverno ogni goccia d’acqua diventi una catastrofe? Gli aiuti alle famiglie? La lotta al lavoro povero, quello cioè per cui una persona lavora a tempo pieno senza riuscire a garantire a se stesso ed alla propria famiglia un tenore di vita decoroso? L’integrazione dei migranti? Al momento non ci è dato saperlo, perché nessuno va al di là delle generiche rassicurazioni senza contenuti.
Inevitabilmente ritorna come un ritornello il detto latino si vis pacem, para bellum, attribuibile a Vegezio (V sec. d. C.). Ma i guerrafondai di tutti i tempi che lo tirano fuori al momento opportuno come se fosse un principio indiscutibile, dimenticano di dire che sulla base di questo principio Roma ha costruito uno dei più grandi imperi di tutti i tempi, allargando i propri confini guerra dopo guerra, sicché sant’Agostino vedeva nell’impero romano la massima espressione della “città del diavolo”.
In realtà, si vis pacem, para pacem, sulle orme di don Tonino, di papa Francesco e di Leone XIV, senza mai rinunciare al sogno di realizzare la profezia che Isaia ha pronunciato 2.700 anni fa: Ma infine in noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Effetto della giustizia sarà la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza (32,15-17). «La pace non decolla dalle rampe dei missili», ammoniva don Tonino nel 1979, da parroco di Tricase (U148), ma può essere solo frutto della giustizia; e dalla pace e dalla giustizia scaturisce la sicurezza. Più armi ci sono in giro, maggiore è il rischio di guerre; e in guerra nessuno è al sicuro.
Valerio Ugenti








