giovedì, 13 Maggio 2021
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Papa Francesco e don Tonino. L’accoglienza bene universale

Il 18 marzo 1935 nasceva ad Alessano, nel Capo di Leuca, il servo di Dio don Tonino Bello.
A 86 anni da quel giorno e dopo 28 anni dal dies natalis, cioè dalla sua morte prematura
avvenuta a Molfetta il 20 aprile 1993, ho pensato di ricordarlo associando due eventi che
segnano svolte davvero epocali nella storia attuale del nostro mondo.
Il primo è il viaggio apostolico in Iraq di Papa Francesco nella prima settimana di questo
mese di marzo e l’altro è lo straordinario impulso all’accoglienza dato da don Tonino a tutta
la nostra terra di Puglia, proprio con l’ inizio dell’ ondata migratoria di massa dall’Albania, a
partire dall’improvviso e inaspettato sbarco a Brindisi di circa trentamila persone, il 7 marzo
di 30 anni fa.
Sono avvenimenti cronologicamente distanti e, collocati in contesti geopolitici
completamente diversi, sembrano non avere nulla in comune. Eppure, considerandoli in una prospettiva di trasformazioni globali,i due fatti sono intimamente collegati, a mio parere, da uno stesso fuoco ispiratore o, se vogliamo, da uno stesso impulso profetico.
Ciò che accomuna fortemente tutta la vicenda umana di don Tonino e l’odierna missione
pastorale di papa Bergoglio è l’incandescenza di un innamoramento per la vita di tutti e per
la terra intesa come casa comune, un grande amore declinato nella forma della
compassione e della condivisione.
È, in altri termini, il roveto ardente della fraternità universale acceso dalla medesima fede in Gesù di Nazareth e alimentato dalla profonda passione per il suo Vangelo.
Consapevoli di essere “fratelli tutti”, anzi fratelli di tutti, il vescovo di Roma e il vescovo
pugliese vogliono essere instancabili artigiani di pace, tessendo con tenacia e pazienza le
reti complesse dell’ accoglienza e del dialogo senza frontiere, restituendo dignità agli scartati della società e libertà agli schiavi di ogni potere ingiusto e abusivo.
Per questo Francesco ha avuto il coraggio di affrontare il rischio di un viaggio doppiamente
pericoloso per i possibili attentati e per i contagi della pandemia. Ha ritenuto suo dovere
essere lì come pellegrino penitente, seminatore di speranza rivestito, direbbe don Tonino,
non più dei segni del potere ma disponendo solo del potere dei segni.
Con i piedi per terra ma con gli occhi alle stelle, le mani alzate nella preghiera e le braccia
aperte per stringere corpi feriti e consolare anime martoriate, Papa Francesco ha deciso di
essere lui stesso quella colomba bianca di pace che librandosi nel cielo limpido dei sogni
densi di speranza, ha attraversato le macerie nefande di un Paese devastato da crimini
orrendi compiuti contro il Cielo e contro l’ Umanità.
Come umile samaritano ha raccolto nell’ otre delle sue accorate invocazioni le lacrime
amare di chi è stato strappato con brutale violenza ai propri affetti, umiliato e offeso nel
tempio sacro della sua dignità, derubato ignobilmente di tutti i suoi beni e di tutto il suo
futuro.
Da vero padre e più ancora da premuroso fratello ha consolato il pianto di Adullah Kurdi per
la perdita del suo piccolo Alan, naufragato con la madre sulle coste turche nel settembre
2015. Ha ascoltato il dolore e condiviso il perdono di una mamma, Doha Sabaha Abdallah,
che ha visto suo figlio, un nipote e una vicina di casa dilaniati dal fuoco di un mortaio
provocato dalla furia omicida dell’Isis nella Piana di Ninive.
” La parola perdono pronunciata da quella donna – ha detto il papa – mi ha profondamente
commosso, quella parola è vangelo puro.”
Nella sua bisaccia di viandante, andando a chiedere anche lui il perdono a nome dei tanti
aggressori e e guerrafondai del nostro cristiano Occidente, Francesco aveva portato con sé
tante ali di riserva da offrire a chi da tempo attendeva un sorriso di amicizia e una carezza di conforto per riprendere il volo e ricostruire un percorso vita e di comunità.
Così il successore di Pietro ha esercitato il suo ministero di sommo Pontefice, “costruttore di
ponti”, e ha utilizzato simbolicamente le pietre dei muri crollati per riaprire percorsi di incontro, di dialogo nel rispetto reciproco delle diverse identità.
Da Baghdad a Qaraqosh, da Erbil a Mosul fino ad arrivare poi alla tappa particolarmente
significativa di Ur dei Caldei, dove ebbe inizio il cammino di Abramo, comune padre nella
fede per gli ebrei, per i cristiani e per i musulmani.
E proprio da lì Francesco ha rilanciato ai credenti il suo accorato appello: “Come Abramo
bisogna alzare lo sguardo e guardare le stelle per realizzare il sogno di un pianeta dove non
trovi più spazio l’odio”.
Poi a Mosul la sua preghiera per le comunità cristiane e per le vittime della guerra fra le
rovine delle chiese dove il sedicente stato islamico aveva proclamato il suo Califfato.
Ha ripetuto il suo monito severo contro ogni fondamentalismo religioso e politico: “Se Dio è il Dio della vita – e lo è -, a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è Dio della Pace -e lo è -, a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome”.
Con tono decisamente e deliberatamente provocatorio, in diverse occasioni, il papa si
chiede: “ma chi vende le armi ai terroristi? vorrei che qualcuno mi rispondesse…”.
Noi sappiamo bene purtroppo chi c’è e quali interessi e profitti economici ci siano dietro la
produzione e il commercio di armi forgiate nel nostro mondo, molte con targa anche italiana.
Col passo malfermo e sofferente, ma col piglio audace del pioniere e con lo sguardo
semplice e disarmante del profeta, ha poi stretto le mani del grande Ayatollah degli Sciiti,
l’austero e venerato vegliardo Al Sistani, riconoscendolo uomo di Dio, testimone anche lui di nonviolenza e di pace, strenuo difensore dei più deboli e di tutto il popolo iracheno.
Con quel gesto di reciproca accoglienza hanno abbattuto insieme muri secolari di ostilità
religiose e di contrapposizioni ideologiche aprendo così vie inedite di incontro e di
collaborazione, percorsi sicuri di fratellanza fra cristiani, musulmani sciiti e sunniti, nel
rispetto dei diritti di tutte le minoranze come quelle degli Yazidi e dei Curdi.
Fratellanza e convivialità delle differenze erano le stesse eutopie che avevano spinto il
vescovo di Molfetta, presidente nazionale di Pax Christi, a spendersi contro l’intervento armato in Iraq nella prima guerra del Golfo e a portare poi personalmente a Sarajevo i semi del sogno di Isaia : “Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell’arte della guerra”(Isaia 2,4,).
Fratellanza e convivialità che egli richiamava come obbligo etico anche in occasione della
prima ondata migratoria del popolo albanese.
Se la nostra Puglia è chiamata anche dalla sua collocazione geografica nel bacino
Mediterraneo ad essere non arco di guerra teso contro altri popoli ma arca di pace accogliente verso tutti coloro che cercano pane e libertà, allora – ci ripeteva don Tonino – è
necessario aprire il nostro cuore e le nostre case, le nostre chiese e le nostre città, perché
diventino comunità solidali, multietniche e multiculturali, dove nessuno si senta più straniero, escluso o respinto, e ciascuno sia riconosciuto e rispettato nella sua essenziale dignità umana e nei suoi fondamentali diritti.
La città di Brindisi in quel marzo del ’91 e in seguito tanti altri nostri paesi del Salento e di
tutta la regione divennero comunità aperte all’accoglienza, laboratori di un nuovo
umanesimo ispirato dal Vangelo ma capace di parlare il linguaggio universale dell’amore
fraterno. Un umanesimo davvero planetario perché tutti i popoli di ogni credo e di ogni
cultura si sentano parte di una sola famiglia che abita nell’ unico villaggio globale.
L’enciclica di Francesco “Fratelli tutti” costituisce oggi la grande mappa che può aiutarci a
ritrovare con fiducia la rotta del nostro futuro, senza fermarci davanti agli ostacoli, ai pericoli, o alle delusioni.
Continueremo a organizzare la speranza rimanendo con i piedi per terra ma guardando
sempre in Cielo dove, anche nelle notti più oscure delle disumane devastazioni e nel buio
dell’attuale pandemia, brillano le stelle di tanti testimoni e profeti che tracciano ancora varchi di luce e indicano approdi di salvezza.

don  Salvatore  Leopizzi

(art . pubblicato stamane su “Il quotidiano di Lecce”)

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