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Turoldo prete e poeta «di fuoco»

Gianni Gennari, Avvenire, 3 luglio 2021:

Prete e poeta, ma unico. Si chiamava Giuseppe, ma tutti lo conoscono come David, padre David Turoldo, servita, cioè dei Servi di Maria. Da giovane aveva i capelli rossi, e per gli amici era “Beppo il rosso”. Friulano di Coderno di Secondigliano, nasce il 22 novembre 1916 da famiglia povera e intensamente cristiana. Intelligente e tenace, a 19 anni si fa frate e a 24 è prete a Milano, nel 1940. Tempi duri, tempi di guerra. Per quasi 13 anni celebra e predica in Duomo, attirando l’attenzione di tutti: i fedeli vanno per ascoltarlo e seguirlo, ma fascisti e tedeschi sono lì per denunciarne le parole, che spesso suscitano anche qualche sospetto della curia, che teme la sua franchezza scomoda per tutti i poteri che non servono l’uomo… L’arcivescovo di Milano, Schuster, lo protegge o perlomeno lo tollera. Lui celebra, predica, scrive, fonda anche una rivista clandestina, “l’Uomo”, ove pubblica testi teatrali e poetici come inni liturgici e traduce in poesia i Salmi biblici. Si impegna anche nella Resistenza e poi nell’assistenza a poveri e orfani. Sono tanti ovunque, e lui dopo la tragedia della guerra va a Nomadelfia accanto a don Zeno Saltini, un altro grande di quei tempi, e a Milano fonda un centro culturale, la “Corsia dei Servi”, per attività religiose e civili che disturbano i poteri di Stato, e anche qualcuno di Chiesa… E allora nel 1953, certo anche su pressioni da Roma lo mandano all’estero, dove resta quasi 10 anni. Cambia però il vento di Chiesa: Giovanni XXIII lo stima ricambiato, arriva il Concilio e David torna in Italia e si stabilisce nell’abbazia di Fontanella, vicina a Sotto il Monte. A metà anni 70 andai a trovarlo lì con “Don Loris”: oggi hanno la tomba una accanto all’altra… Entusiasta, David, del vento del Concilio, fonda un Centro di Studi ecumenici, continua a parlare e scrivere in prosa e in poesia, difendendo i poveri e raccontando l’avventura umana con versi scarni e possenti, contro tutte le tirannie, civili e religiose, economiche e culturali. Un suo commento al “Magnificat” di Maria è la rivoluzione evangelica. Grande e grosso, debordante di energia, voce tonante, mani potenti che si agitano quando parla, e incendia… Con lui o si è amici o non lo si sopporta, campi frequentati ambedue: amato o detestato, seguito o odiato. Vuole con forza il rinnovamento della sua Chiesa nel modo di essere cristiani, preti e laici insieme, ad ogni livello: povertà visibile, umiltà di presenza, rispetto per i lontani, silenzio interiore e resistenza al conformismo di ogni potere… La sua opera poetica, quasi 30 libri, canta la sua fede che diventa poesia scolpita in una lingua tutta sua, spigolosa, ma chiara, che colpisce attirando o respingendo, mai ovvia, profondamente biblica, ma moderna, popolare e semplice, ma anche colta e aspramente inquietante. Lui è nella Chiesa, apertamente, fedele e anche critico, obbediente e anche libero, dolce e provocatorio, pienamente cristiano e insieme veramente umano nella vita e anche nella poesia, in cui domina la ricerca della verità, posseduta in Cristo per tutti gli uomini, resa scabra dall’esperienza del dolore, e anche della morte, soprattutto innocente… A fine anni ’70 si ammala di cancro, che lo consuma lentamente, ma inesorabilmente. In versi chiama la sua malattia “il drago”, e paradossalmente, come sempre dà scandalo parlando della morte come da sempre sua “coinquilina”… sentita come una presenza che “aiuta a vivere… senso della vita e concretezza di tutto quello che ho cantato”, motivo di speranza senza fine… E la morte arriva, lui ormai è consumato davvero, il 6 febbraio 1992. L’ultima sua omelia, ripresa poi in Tv con l’annuncio della sua partenza da questo mondo, parlava della gioia di «cantare… portando il Cristo tra le braccia» fino alla fine. La presentiva, questa fine, in alcuni tra i suoi ultimi versi. Così: «Non so quando spunterà l’alba/ Non so quando potrò/ camminare per le vie del tuo paradiso/ Non so quando i sensi/ finiranno di gemere/ e il cuore sopporterà la luce./ E la mente (oh, la mente!)/ già ubriaca, sarà/ finalmente calma/ E lucida:/ e potrò vederti in volto/ senza arrossire» “Beppo il rosso” nel faccia a faccia eterno…

di Gianni Gennari

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