giovedì, 1 Dicembre 2022
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Cei. Il cardinale Bassetti: «No agli armamenti. L’Italia favorisca la pace»

Cita un «apostolo della riconciliazione», come lo definisce il cardinale Gualtiero Bassetti, per parlare dell’Italia di fronte alla guerra in Ucraina. «Mentre la Puglia veniva militarizzata con nuove basi aeree, don Tonino Bello chiedeva alla sua regione di non essere “arco di guerra” ma “arca di pace”. Parole che il nostro Paese dovrebbe fare proprie in queste settimane durante le quali si confronta con la follia del conflitto in corso». Sono gli ultimi giorni da presidente della Cei e da arcivescovo di Perugia-Città della Pieve per il cardinale d’origine fiorentina che ad aprile ha compiuto 80 anni. Nel 2017 è stato scelto da papa Francesco per guidare l’episcopato della Penisola all’interno della terna votata per la prima volta dai vescovi. Da lunedì si riunirà l’Assemblea generale della Cei che “eleggerà” i nomi del possibile successore da sottoporre al Pontefice. «Ho sentito il Papa sempre al mio fianco come padre e maestro – confida Bassetti –. E ancora mi commuovono le parole che mi aveva riservato quando ero uscito dalla terapia intensiva in cui sono rimasto per un mese nel 2020 a causa del Covid».

In questi anni la Chiesa italiana ha modificato la sua fisionomia. A cominciare dai vescovi: quasi due terzi sono stati nominati dall’attuale Pontefice. L’ultimo grande appuntamento pubblico del quinquennio Cei targato Bassetti è stato l’incontro di 80mila ragazzi italiani con Francesco in piazza San Pietro il Lunedì dell’Angelo. «Abbiamo mostrato il volto giovane della Chiesa italiana – afferma il cardinale –. In un tempo di crisi dove mancano i punti di riferimento, dove la pandemia ha rarefatto le relazioni, dove troppe voci ingannevoli fanno presa sul cuore e sulla mente, i nostri ragazzi ci hanno testimoniato che la comunità ecclesiale c’è, è amata, sa annunciare Cristo come “via, verità e vita”. Tutto ciò è per me, anziano pastore, motivo di immensa gioia. E ai giovani ho più volte ribadito: siate fuoco che riscalda e non scintille che si spengono dopo un attimo».

Eminenza, come sono stati questi cinque anni da presidente della Cei?

Entusiasmanti ma anche complessi, di cui quasi la metà marcati da due avvenimenti angosciosi: la pandemia e la guerra. Il nostro Paese ha sofferto e soffre per entrambe le tragedie. Come mostra, ad esempio, la crisi economica che l’emergenza sanitaria ha riacutizzato e che il conflitto in Ucraina sta accentuando con i rincari che si ripercuotono su famiglie e aziende. In questi giorni la cronaca ci ha raccontato di un imprenditore che si è tolto la vita per gli effetti prima del Covid e poi dell’attuale esplosione dei costi. Ciò dice di un disagio morale e sociale profondo che come comunità ecclesiale siamo chiamati a cogliere.

Che cosa segna il barometro della Chiesa italiana?

La nostra è una Chiesa che fa i conti con le sue debolezze, ma che ha anche il grande merito di essere vicina alla gente. Quando chiesero a Paolo VI come avrebbe immaginato la comunità cristiana nel 2030, rispose: la penso una Chiesa che soffre ma che ama l’uomo. Ecco, mi sento di poter affermare che queste parole sono valide oggi per la Chiesa italiana. Anche grazie all’impegno di pastori che affondano l’aratro nel solco e di un laicato sempre più persuaso del proprio ruolo. Scorgo quindi fra noi quelle luci che avrebbero fatto dire a Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio che non è bene affidarsi ai «profeti di sventura che annunziano sempre il peggio» e a quanti «non sono capaci di vedere altro che rovine e guai» e che gli avrebbero fatto esclamare: «È appena l’aurora». Da parte mia, ripeto quanto annuncia la sentinella nel libro del profeta Isaia: «Viene il mattino».

Il Papa ha chiesto più volte alla Chiesa italiana di “rigenerarsi”. Il Cammino sinodale è una risposta?

Fin dal Convegno ecclesiale nazionale di Firenze il Papa ha invitato le Chiese che sono in Italia a essere inquiete, profetiche, attente alle persone. È l’immagine conciliare della Chiesa «popolo di Dio in cammino». Una Chiesa che si muove insieme, che ascolta, in cui la vera autorità è quella del servizio e che condivide le gioie e le tribolazioni della famiglia umana. Le difficoltà e le stanchezze indicano che occorre stimolare e accompagnare una necessaria “rigenerazione”, come evidenzia il Cammino sinodale. Non si tratta, però, solo di elaborare nuove strade o itinerari, ma anche di affinare lo sguardo per cogliere i segni di rinascita che già sono presenti.

Come sta andando il Cammino sinodale nazionale?

È un percorso che è partito magari con qualche remora ma che sta prendendo campo. Il fatto che sia “dal basso” può apparire più complesso ma è ciò che dà senso a un movimento che deve essere inclusivo. In molte diocesi i “gruppi sinodali” hanno avuto uno slancio che per certi versi è apparso inatteso: penso al coinvolgimento degli studenti nelle scuole, all’ascolto del carcere, dei migranti, dei poveri, a un nuovo abbraccio alle famiglie, a una ritrovata vicinanza al mondo del lavoro o della cultura. E protagoniste sono le parrocchie, ossia le nostre porte e i nostri ponti verso la società e verso la vita quotidiana. Rivitalizzare le parrocchie significa avere una Chiesa di prossimità.

Lei ha deciso di essere accanto alle diocesi italiane visitandole e incontrandole. Perché?

È stata una scelta di comunione e missione, si direbbe affidandoci a due vocaboli-chiave del prossimo Sinodo dei vescovi. La Chiesa italiana è ricca di tradizioni, sensibilità, attenzioni ma può rischiare la frammentarietà o il campanilismo. Le visite nelle diocesi in cui sono stato invitato sono state un piccolo gesto di comunione per dire che le diversità non sono di ostacolo a un cammino condiviso. E poi un pastore è chiamato a stare accanto alla sua gente. Nell’incarico di presidente dell’episcopato italiano mi è sembrato opportuno allargare l’impegno missionario all’intera Penisola, ai mille volti che formano la comunità ecclesiale ma anche a quanti possono apparire “lontani”, eppure si interrogano e sono desiderosi di parole di speranza. Posso testimoniare che viaggiando per il Paese ho incontrato affetto, attenzione, calore: il che mostra come la Chiesa resti un punto di riferimento nonostante l’elemento cristiano sia sempre più appannaggio di una minoranza.

Uno dei temi che ha caratterizzato il suo quinquennio è stato l’impegno dei cattolici in politica.

Direi che ce n’è più che mai bisogno. Da cittadino e da pastore leggo con preoccupazione i segnali di disaffezione alla politica che si registrano: dalla bassa affluenza al voto alla distanza crescente fra chi amministra e i cittadini. Una cesura che va ricucita. Inoltre si avverte uno scollamento fra l’agenda politica e la vita reale. Tutto questo può incrinare il patto sociale su cui si fonda un Paese. Ecco allora che i cattolici non possono rinunciare a «sporcarsi le mani», come dice il Papa, e non devono chiudersi nelle sagrestie abdicando alla missione propria del laicato di costruire nel “secolo” le basi di un nuovo umanesimo.

C’è poi il tema del Mediterraneo con i due incontri dei vescovi del bacino.

È stato proprio un mistico prestato alla politica, Giorgio La Pira, oggi venerabile, che mi ha ispirato questo percorso. Un itinerario che mostra più che mai la sua attualità con la guerra in Ucraina e i conflitti dimenticati nel pianeta. La sfida della pace impegna le Chiese: è un mandato che ci viene da Cristo. E noi abbiamo scelto il Mediterraneo come specchio del mondo, con le sue contraddizioni, le sue tensioni, le sue attese. I vescovi dei Paesi rivieraschi hanno risposto con entusiasmo alla proposta lanciata dalla Cei: per la prima volta nella storia si sono ritrovati a Bari nel 2020; e lo scorso febbraio sono tornati a incontrarsi a Firenze, stavolta insieme con i sindaci. Ne è scaturita la Carta di Firenze che è stata firmata da vescovi e sindaci e che va diffusa. Nel testo chiediamo di far «cessare l’uso delle armi», di «porre la persona umana al centro dell’agenda internazionale perseguendo la pace, promuovendo il rispetto e la dignità dei diritti fondamentali». Questa iniziativa dimostra qual è la vocazione dell’Italia nello scenario internazionale che vale anche per la guerra in Ucraina.

Infatti in Europa si è tornati a combattere. La Penisola che cosa può fare?

Gli incontri del Mediterraneo dicono che il nostro Paese è chiamato a farsi mediatore fra le parti, per la storia e la posizione geografica che ha. Ebbene, nel conflitto fra Ucraina e Russia l’Italia dovrebbe essere ambasciatrice di dialogo e favorire l’incontro. Invece si pensa di costruire la pace con la corsa agli armamenti, come ha denunciato il Papa, o alzando i toni dello scontro. Faccio mie le parole di don Tonino Bello: «Se vogliamo veramente la pace, non possiamo preparare la guerra». Come Chiesa italiana siamo da sempre vicini ai popoli vittime della violenza, dell’odio, della guerra: in questo caso siamo accanto al popolo ucraino aggredito dalle truppe russe. Abbiamo dato uno straordinario esempio di accoglienza dei rifugiati e di mobilitazione con gli aiuti umanitari. Adesso è tempo di una “crociata di pace” che parta dalla Chiesa e coinvolga l’intera società. Diocesi e parrocchie sostengono l’operato profetico del Papa e la via negoziale portata avanti dalla Santa Sede. Ma è essenziale anche «la diplomazia a livello urbano», come abbiamo scritto nella Carta di Firenze. La gente chiede un impegno di pace e questa voce va ascoltata.

Che cosa ha lasciato la pandemia nella Chiesa italiana?

Sono stati due anni davvero complicati. Dal punto di vista sociale e sanitario, prima di tutto. Le nostre famiglie ma anche le comunità diocesane hanno avuto lutti; talvolta chi è morto lo ha fatto da solo in un letto d’ospedale, sostenuto magari dalla tenerezza di un medico o di un infermiere; i pazienti, soprattutto nella prima fase dell’emergenza, hanno vissuto grandi sofferenze. Dal punto di vista ecclesiale, la pandemia ha sconvolto la vita comunitaria. La sofferta decisione di sospendere le Messe con il popolo è stata presa a fin di bene, per tutelare i più fragili ed evitare occasioni di contagio, anche se ha influito sulle parrocchie e la ripresa è stata faticosa.

Che cosa la attende dopo la conclusione del suo ministero a Perugia-Città della Pieve?

L’Umbria è terra di carità: basti pensare a san Francesco. Allora anch’io cercherò di fare altrettanto, dedicandomi agli ultimi, ai più fragili, ai malati, ai carcerati. Mettendomi a servizio delle opere-segno attive sul territorio, offrirò quel poco che può ancora donare un uomo di 80 anni: una carezza, un sorriso, qualche parola di conforto, la benedizione del Signore.

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