domenica, 14 Aprile 2024
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Chiesa e cultura, è il tempo della presenza

Non si tratta di occupare ma di abitare spazi, per una rosminiana “carità intellettuale”. È ormai una necessità, nella piena coscienza dell’ormai avvenuto cambio di paradigma

Il nostro contesto socio-politico, mentre registra, non senza una certa enfasi, una dilagante “povertà culturale” o “educativa”, ama esercitarsi in un interessante, quando non stucchevole, dibattito intorno all’“egemonia culturale”. È plausibile ipotizzare una pressoché naturale corrispondenza dei due sintagmi, perché si da egemonia laddove c’è povertà. La buona notizia è che si torna a parlare di “cultura”. Una mente acuta quale quella di Marcello Veneziani, le cui tesi non sempre mi trovano consenziente, ci ha tuttavia messo in guardia (La Verità del 23 maggio scorso), riflettendo in margine ai dibattiti e alle scene rappresentate nell’ultimo Salone del libro di Torino. Egli affermava che saremmo piuttosto al cospetto di una “egemonia sottoculturale”, la quale «non produce idee, pensieri, ricerche, ripensamenti, ma incide in superficie, è un puro inscenare». Il passo dall’egemonia sottoculturale a quella anticulturale è tanto breve quanto impercettibile.

All’analisi di Veneziani fa eco un interessante focus, pubblicato sul numero di marzo/aprile, giunto però sul mio tavolo solo in questi giorni, della prestigiosa rivista Vita e Pensiero, nel quale intervengono Giuliano Ferrara, Goffredo Fofi, Lisa Ginzburg e Chiara Valerio, nel tentativo di rispondere alla domanda: “Ma esiste ancora l’egemonia culturale?”. Qui il fondatore de Il Foglio offre un’ulteriore chiave di lettura per il dibattito, allorché afferma: «Le egemonie esistono e prosperano quando c’è contraddizione, sono un modo dell’umanità di dirigersi e di affermarsi come tale, non possono fiorire nell’omologazione culturale assoluta, nel relativismo senza confini». Siamo così rimandati alla necessità di realizzare e abitare un autentico “pluralismo culturale”, quale quello auspicato da Bruno di Giacomo Russo su In Terris. La voce degli ultimi del 5 giugno scorso. E qui il richiamo all’art. 9 della Carta costituzionale è quanto mai opportuno, anzi necessario. E questo articolo andrebbe combinato con il 21 e il 33. Mentre, infatti, il 9 afferma che «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica», il 21 riconosce a tutti il diritto alla libertà di pensiero e alle sue manifestazioni e il 33 proclama la libertà nell’arte e nella scienza nonché nell’insegnamento. La necessità di leggere e attuare insieme le indicazioni dei tre articoli è sostenuta dal tentativo di evitare che forme di ricerca e di sviluppo della cultura finanziate possano affermarsi a scapito di attività prive almeno di supporto economico pubblico.

Se ora volgiamo lo sguardo a ciò che accade nella Chiesa cattolica, in particolare italiana, scorgiamo anche qui una rinnovata attenzione alla cultura, con la consapevolezza del fallimento del cosiddetto “progetto culturale”, le cui vicende tuttavia hanno molto da insegnare al presente. Mi riferisco in particolare all’introduzione del cardinale Matteo Zuppi all’ultima assemblea della Cei, e in particolare a quei passaggi in cui evoca la necessità di incidere sulla cultura del presente: «La cultura della pace è un capitolo decisivo della cultura della vita, che trae ispirazione dalla fede. […] Siamo in un tempo emozionale e soggettivo che rivela e accentua processi di deculturazione: tutto diventa fluido, anche quello che ieri sarebbe stato impensabile. Cadono saldi riferimenti, mentre ci si esalta (e poi ci si deprime) nella drammatica vertigine della soggettività dell’io isolato, cui sembra che tutto parta da lui. La fede crea una cultura della vita attraverso esistenze e pensieri impregnati di essa. La fede e la carità – scriveva un sapiente uomo di cultura, scomparso da parecchi anni, monsignor Rossano – hanno bisogno «della cultura, e già per esprimersi, affermarsi, scendere nell’esistente e sprigionare le loro valenze esistenziali. Quando non avviene, è grande il rischio di ridursi a intimismo, assistenzialismo o semplicemente a vivere fuori dalla storia».

Nell’introdurre il lavoro dei gruppi sinodali del 23 maggio, il vescovo Erio Castellucci così si è espresso: «Circa la cultura: sapremo rilanciare un progetto culturale con uno stile e un linguaggio nuovi, che facciano “parlare” le tantissime esperienze buone – così è stato lo stile del Convegno di Firenze e della Settimana di Taranto – e che le rendano non semplicemente interventi di “pronto soccorso” o testimonianze edificanti, ma che, opportunamente pensate ed elaborate, le rendano culturalmente significative? Quando papa Francesco ricorda che “la realtà è più importante dell’idea” (Evangelii Gaudium, 231-233), indica anche una strada adatta per fare cultura oggi: la Chiesa non deve affatto rinunciare alla cultura, ma quella che può interessare e fare breccia oggi sembra richiedere la fatica di “pensare” le esperienze e “renderne ragione” in maniera sistematica, alla luce della rivelazione cristiana».

Se abbiamo bisogno solo ora di tornare sull’argomento, forse è perché non ci siamo resi conto con adeguata riflessione dello sconvolgimento che il papa intendeva mettere in atto a partire da Evangelii Gaudium, 115: «La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve». Un vero e proprio capovolgimento rispetto alla formula di Tommaso d’Aquino, secondo cui la grazia suppone e perfeziona la natura, che tanto lavoro ha dato agli interpreti. Qui si opera quella che la Veritatis gaudium chiama una vera e propria “rivoluzione culturale” (n. 3 e nota 27 con riferimento alla Laudato si’). La dimensione culturale si innesta dunque profondamente nella natura umana e la determina in quanto tale, non essendo fatti per “viver come bruti”.

In concreto, la costituzione apostolica In ecclesiarum communione, con la quale papa Francesco ha inteso riformare la diocesi di Roma e le sue strutture (con particolare riferimento al vicariato), nell’art. 33, ha di fatto istituito l’“ufficio cultura” presso il Vicariato di Roma. Si tratta di una novità in quanto il precedente analogo documento di san Giovanni Paolo II, Ecclesia in urbe del 1998, non prevedeva tale organismo. Di fatto, quando presente, l’attenzione alla cultura viene spesso accorpata ad altre istanze quali quella della pastorale universitaria e scolastica o quella della comunicazione (come, ad esempio, nell’attuale commissione CEI). Questo “nuovo” servizio viene opportunamente inserito, dalla costituzione pontificia all’interno dell’ambito della “chiesa ospitale e in uscita”. Si tratta di una indicazione fondamentale che deve ispirare il nostro lavoro, che mi piace intitolare alla rosminiana “carità intellettuale”. In tal senso la cultura non è uno spazio da occupare, ma un luogo da abitare. E si tratta di un compito “missionario”, che richiede una teologia in uscita in quanto, come ricordava papa Francesco alla curia romana (21 dicembre 2019): «Nelle grandi città abbiamo bisogno di altre “mappe”, di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti: Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale relativistica. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata».

Se l’epoca della cristianità viveva del profondo nesso, anzi dell’identificazione, fra cultura e fede cristiana, tale legame, a partire dalla modernità, si è inesorabilmente infranto. Siamo perciò chiamati a inserirci in queste fratture con umiltà e discrezione. Quella che autorevoli interpreti denominano “esculturazione della fede” costituisce di fatto un dato incontrovertibile. Di qui la necessità di abitare il pluralismo culturale, nel quale non basta lanciare strali contro il cosiddetto “pensiero unico” (un altro nome dell’egemonia culturale), ma, nella consapevolezza di dover superare un’immagine accademica, elitaria e salottiera della cultura, la si identifica piuttosto con l’insieme delle attività umane (arte, letteratura, scienza, filosofia…) in cui si manifesta e di cui si nutre la mentalità (forma mentis o Denkform) di persone e di gruppi e che per questo ne attira l’attenzione. Il compito, dunque, sarà duplice: leggere e interpretare la mentalità dei nostri contemporanei a partire dalle espressioni della cultura diffusa e attivare forme di presenza onde mostrare la capacità del Vangelo di accogliere quanto di buono, di vero e di bello viene proposto e al tempo stesso di allontanare quanto di disumano viene divulgato, mascherato da presunta libertà di pensiero e di azione.

FONTE AVVENIRE:https://www.avvenire.it/agora/pagine/chiesa-e-cultura-e-arrivato-il-tempo-della-presenza

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